Cassazione sentenza n 50063-15 del 21-12-2015 - massaggi distensivi liberi - testo sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 16 settembre –
21 dicembre 2015, n. 50063
Presidente Milo – Relatore Di Salvo
Ritenuto in fatto
1. M.G. ricorre per cassazione avverso la sentenza in epigrafe indicata , con cui , in riforma
della sentenza di condanna emessa in primo grado, è stato dichiarato non doversi procedere
per prescrizione, confermando le statuizioni civili, in ordine al reato di cui all’art. 348 cod. peni
r per aver esercitato abusivamente la professione di massofisioterapista della riabilitazione e di
massaggiatore, fino al 30 giugno 2003.
2.I1 ricorrente deduce, con il primo motivo, indeterminatezza dell’imputazione, poiché non
sono indicati gli atti, ascrivibili alle indicate professioni, concretamente posti in essere
dall’imputato.
2.1.Con il secondo motivo, si deduce difetto di correlazione tra accusa e sentenza, poiché
l’imputato è stato accusato di esercitare
abusivamente le professioni di
massofisioterapista e di massaggiatore mentre il M. è stato condannato, in primo grado, per
esercizio abusivo dell’ attività di fisioterapista o addirittura di medico. 2.2. D’altronde,
l’imputato è non vedente e non poteva quindi essere in grado di svolgere attività riservate alla
professione di fisioterapista o addirittura di medico, come l’esame di radiografie. Né possono
evincersi elementi di responsabilità da quanto risultante dalle ricevute, in quanto il M. non era
l’autore di queste ultime. D’altronde il M. non ha mai utilizzato alcun tipo di macchinario e
nessun teste riferisce di essersi sottoposto a trattamenti periodici, in presenza dei quali
soltanto si può parlare di terapia. Il semplice massaggio non può infatti essere ritenuto
propriamente una cura dei dolori riservata ad una professione per la quale sia richiesta una
particolare abilitazione dello stato. Non è risultato neanche chiaro dall’istruttoria dibattimentale
quali siano gli atti riservati alla professione di fisioterapista e una risposta al riguardo non è
stata fornita neanche dalla sentenza d’appello.
Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.
Considerato in diritto
1.La prima censura è infondata. Occorre, al riguardo, prendere le mosse dal rilievo che il
requisito della determinatezza dell’imputazione è funzionale all’esplicazione del diritto di difesa,
poiché la genericità della contestazione incide negativamente sulla possibilità, per l’imputato,di
effettuare una scelta meditata sulla linea di difesa da assumere (Cass. 9-1-1992 , Giorgetto).
Dunque, ai fini dell’integrazione degli estremi del requisito dell’enunciazione del fatto in forma
chiara e precisa, di cui ali’ art. 429 cod. proc. pen. , è sufficiente che, sulla base della
contestazione, sia possibile individuare i tratti essenziali dei fatto di reato attribuito, con un
adeguato livello di specificità (Cass., Sez. 1, 19-11-1999 n. 382/00, Rv. 215140), in modo da
consentire all’imputato di difendersi in ordine ad ogni elemento di accusa. ( Cass., 22-111994,
Ricci ). Nel caso in disamina, l’imputazione fa riferimento all’esercizio abusivo della professione
di massofisioterapista della riabilitazione e di massaggiatore, in Legnago fino al 30 -6-2003. II
fatto, come correttamente rilevato dal giudice a quo, è pertanto sufficientemente descritto,
specificandosi nell’imputazione, oltre alla norma che si assume violata, l’attività svolta, il luogo
e l’arco temporale di esplicazione della condotta e la professione abusivamente esercitata. I
lineamenti fattuali dell’addebito sono pertanto contestati in modo idoneo a consentire
l’esercizio del diritto di difesa.
2. Anche la seconda censura è infondata, poiché la pronuncia di condanna fa riferimento
all’effettuazione di massaggi a pagamento, su richiesta di persone che prospettavano problemi
inerenti a dolori o a patologie varie. Ciò che è del tutto in linea con la contestazione di esercizio
abusivo dell’attività di massaggiatore. Non è pertanto riscontrabile alcuna violazione dei
principio di correlazione fra accusa e sentenza.
3.L’ultima censura esula dal novero delle censure deducibili in sede di legittimità, investendo
profili di valutazione della prova e di ricostruzione del fatto riservati alla cognizione dei giudice
di merito, le cui determinazioni, al riguardo, sono insindacabili in cassazione ove siano sorrette
da motivazione congrua, esauriente ed idonea a dar conto dell’iter logico-giuridico seguito dal
giudicante e delle ragioni del decisum. In tema di sindacato dei vizio di motivazione, infatti, ilcompito dei giudice di legittimità non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella
compiuta dai giudici di merito in ordine all’affidabilità delle fonti di prova , bensì di stabilire se
questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione , se abbiano fornito una
corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle
parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle
argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre
( Sez. U. ,13-12-1995, Clarke Rv. 203428).
3.1.Nel caso di specie dalle cadenze motivazionali della sentenza d’appello, che ha richiamato
anche le argomentazioni salienti della sentenza di primo grado, è enucleabile una attenta
analisi della regiudicanda, poiché la Corte territoriale ha preso in esame tutte le deduzioni
difensive ed è pervenuta alle proprie conclusioni, in punto di responsabilità, attraverso un
itinerario logico-giuridico in nessun modo censurabile sotto il profilo della razionalità , e sulla
base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta
illogicità e perciò insindacabili in questa sede. Ciò si desume, in particolare,dalle considerazioni
formulate dal giudice a quo alle pagine 1, 2 e 4, segnatamente laddove viene evidenziata la
rilevanza probatoria delle deposizioni testimoniali di coloro che avevano ricevuto prestazioni
dall’imputato e che hanno riferito che quest’ultimo aveva effettuato, nei loro confronti, dei
massaggi, in relazione a precise patologie, che gli erano state rappresentate (ernia del disco,
dolori cervicali e al braccio, mai di schiena, sinusite). Ciò è confermato dall’esame delle fatture
in atti, di provenienza dell’imputato, dalle quali si desume che i massaggi erano destinati a
dare sollievo a patologie vere e proprie, quali distorsioni o sciato-lombalgie. Si trattava dunque
di massaggi richiedenti adeguate conoscenze tecniche e la cui effettuazione è riservata ai
titolari di specifica abilitazione, per la delicatezza della funzione e l’idoneità ad incidere sulla
salute delle persone. Tale finalità terapeutica distingue questo tipo di funzioni dall’attività
liberamente esercitabile da chiunque, a scopo meramente distensivo.
Trattasi dunque di apparato esplicativo puntuale, coerente, privo di discrasie logiche, dei tutto
idoneo a rendere intelligibile l’iter logico-giuridico seguito dal giudice e perciò a superare lo
scrutinio di legittimità. Né la Corte suprema può esprimere alcun giudizio sull’attendibilità delle
acquisizioni probatorie, giacchè questa prerogativa è attribuita al giudice di merito, con la
conseguenza che le scelte da questo compiute, se coerenti, sul piano logico, con una
esauriente analisi delle risultanze agli atti, si sottraggono al sindacato di legittimità ( Sez. U.
25-11-1995, Facchini , Rv. 203767).
4.I1 ricorso va dunque rigettato, poiché basato su motivi infondati , con conseguente
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagamento delle spese processuali.