di Germana Fruttarolo

L’essere umano viene dall’infinito e all’infinito ritorna, attraverso una fase materiale.
In questa fase di fisicità l’uomo si trova preso tra due poli antitetici: il Cielo a la Terra. Da un lato c’è la forte necessità di essere radicati e strettamente collegati con la natura che ci crea e ci nutre, dall’altro il bisogno di tendere verso l’alto, verso l’infinito. Ciò crea le opposizioni cielo/terra, materia/spirito, corpo/anima.

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Tutta la vita dell’uomo si svolge in una tensione tormentosa fra questi opposti, ed egli è quindi sempre alla ricerca di un modo d’essere in cui essa venga superata e in cui poter ritrovare l’unità che sta dietro tutte le opposizioni.
Tutte le nostre azioni, anche le più banali, hanno come scopo ultimo il collegamento verso una dimensione superiore, ma raramente ciò è consapevole.
Molte religioni hanno sfruttato questa tensione dell’essere umano deviandola verso pratiche che rafforzavano la dicotomia fisico/spirito ed insegnavano come identificarsi unicamente nello spirito, negando la fisicità.
L’uomo ha così raggiunto una spiritualità mancante di solide basi ed è arrivato poi a negarla violentemente quando si accorgeva che la negazione della fisicità porta a gravi problemi esistenziali.
Ed ecco gli uomini divisi in esseri “materiali” che negano la spiritualità e si limitano ai piaceri che il corpo e i sensi possono dare, ed esseri “spirituali” che negano la fisicità e si privano di tali piaceri, accumulando nefasti sensi di colpa ogniqualvolta il corpo reclama i suoi diritti.
A ciò è giunta la nostra civiltà dualista.
Ma l’uomo materiale non riesce ad essere completamente appagato dai piaceri fisici; è infelice e frustrato. L’uomo spirituale non vive una vita piena e di solito si ferma ad una spiritualità di seconda mano, nutrita di superstizioni e più scimmiottata che veramente vissuta.
Diventa quindi essenziale trovare una via che ci permetta di superare le contraddizioni e gli antagonismi insiti nella vita dell’uomo.
Questa via, per poter superare la dicotomia fisico/non fisico deve forzatamente contenere entrambi gli elementi e trascenderli.
Deve passare attraverso la percezione del centro originario e il radicamento in esso.
Il centro originario è il centro fisico del corpo umano, il luogo ove si incontrano ed interagiscono le due energie opposte e complementari del Cielo e della Terra.
Questo centro è l’Hara. Hara non è traducibile in italiano (o in una qualunque lingua occidentale) perché oltre al suo significato fisico (ventre, pancia, addome) contiene concetti psicologici, mentali e spirituali.
È una parola giapponese, ma il suo significato ha validità universale e, come tutte le “sapienze” orientali, non è il prodotto di una conoscenza solo teoretica, ma il frutto di una esperienza lungamente maturata e che si consolidata attraverso una prassi di secoli e millenni.
Con lo sviluppo ed il rafforzamento del nostro Hara potremo arrivare alla consapevolezza dell’unione costante con l’unità primordiale della Grande Vita da cui deriva anche quella umana.
Con la costante pratica potremo trovare il nostro centro e superare gli antagonismi. La nostra vita sarà più ricca, più creativa, più bella. E la nostra tensione verso una dimensione spirituale avrà una solida base su cui poggiare per arrivare “veramente” in alto.